Riflessioni della figlia Chiara

31.03.2014 15:13

 

“Papà, facciamo il cammino?” Questa è la proposta che ho fatto a mio padre durante una cena estiva. La scelta del compagno di viaggio è stata per me molto semplice. Senza pensarci troppo mi sono subito rivolta a lui, forse perché ho sempre pensato che ai miei amici non potesse interessare, forse perché essendo la prima volta che facevo questo tipo di vacanza preferivo avere accanto qualcuno più esperto, forse perché volevo provare a condividere un’esperienza del tutto nuova con chi mi ha sempre affascinata con i racconti dei suoi viaggi in giro per il mondo, forse perché sapevo che avrebbe accolto con entusiasmo questa idea benché le mie informazioni al riguardo fossero assai scarse. La mia fonte d’ispirazione è stato un documentario a puntate in cui un ragazzo inglese filmava e commentava le sue giornate lungo il cammino francese. Mi entusiasmavano soprattutto l’ambiente rurale e i paesi che ogni tanto erano attraversati, la semplicità e la tranquillità con cui i pellegrini conducevano la propria vita, la solidarietà delle altre persone in cammino verso Santiago ma anche l’ospitalità e la generosità della gente locale. Inoltre camminare mi è sempre piaciuto, anche se le mie esperienze podistiche si limitassero a qualche rara gita in montagna e alle camminate che facevo con i miei genitori nei vari centri storici italiani che visitavamo d’estate.

Ciò che tuttavia, prima di partire, era per me una grande fonte di preoccupazione era la parte organizzativa: cosa mettere nello zaino e come poter affrontare i venti chilometri giornalieri che ci spettavano. Per quanto riguarda il bagaglio, le uniche informazioni che avevo le avevo ascoltate da una professoressa che insegna nel mio stesso liceo mentre raccontava ai colleghi la propria esperienza di qualche anno prima sul cammino francese: si raccomandava di portare un foulard (utile per il freddo, il vento e il sole) e di non superare i 5/6 chili complessivi. Consigli questi che sono stati preziosi per entrambi, nonostante sia stato per noi impossibile avere uno zaino così leggero (nostro malgrado). Inoltre, non avendo potuto allenarmi quanto avrei voluto, temevo di non riuscire ad arrivare agli albergue che ogni mattina ci ponevamo come meta del giorno. Non nego infatti che gli ultimi chilometri delle prime tappe sono stati per me molto faticosi; mentre camminavo il mio unico pensiero era di arrivare a destinazione, concedermi una doccia fresca e far riposare i piedi. Ogni giorno tuttavia la stanchezza fisica lasciava sempre più posto alle riflessioni. Il fatto che non mi dovessi più preoccupare di quanti chilometri mancassero mi ha permesso di entrare mentalmente nella dinamica del cammino che, a mio avviso, prevede di meditare e ragionare tanto sulle persone che s’incontrano, pellegrini o non, e su ciò che ci circonda, quanto su noi stessi, sulle nostre eventuali difficoltà o situazioni complicate lasciate a casa, sulle parti di noi che riusciamo a conoscere proprio grazie a questa esperienza, sui nostri limiti e sulle nostre capacità. Ho trovato dunque la conferma di quanto sostiene John Medina ne “Il cervello, istruzioni per l’uso”: il nostro cervello è fatto per camminare, poiché si è sviluppato durante quel lungo viaggio a piedi che ha portato gli uomini preistorici a uscire dall’Africa e ad abitare altre zone del mondo. Camminando dunque, superato un possibile ostacolo iniziale, permettiamo al nostro cervello di lavorare nella sua condizione ideale, di agire al meglio. Spesso, infatti, ero talmente immersa nei miei pensieri, talmente concentrata sull’oggetto delle mie riflessioni da ritrovarmi a camminare da sola, senza accorgermi che mio padre fosse rimasto più indietro o fosse già andato molto avanti.

Una cosa che non dimenticherò del cammino è il senso del gruppo, un gruppo che andava oltre le differenze culturali, linguistiche e di età, un gruppo coeso per il solo motivo che stavamo condividendo insieme questa vacanza; un gruppo unito ma che non prevedeva alcun tipo di obbligo reciproco lasciando a ognuno la libertà, fondamentale, di mantenere il proprio passo, di fermarsi nell’albergue che si trovava a una distanza più consona al proprio stato d’animo giornaliero, di gestirsi autonomamente. Questo è sicuramente uno dei motivi che più mi hanno fatto apprezzare la scelta di partire solamente con mio padre. Affrontare il cammino con un gruppo precostituito avrebbe presumibilmente rovinato parte dell’esperienza costringendo tutti i membri a seguire la stessa scansione del percorso e la stessa suddivisione della giornata. Mi è piaciuto tuttavia essere riusciti, per puro caso, ad arrivare a Santiago in compagnia di coloro con i quali avevamo condiviso gran parte della vacanza, di salutarci a cammino concluso davanti alla cattedrale. Benché questo sia stato solo un assaggio di un cammino verso Santiago, è un’esperienza di cui porterò un ricordo bello e importante, un’esperienza che sono contenta di aver condiviso con mio padre che ho imparato a conoscere anche in situazioni del tutto nuove rispetto all’indaffarata quotidianità milanese, un’esperienza che forse mi permetterà in futuro di affrontare un altro cammino, magari più lungo.

Spero che questo racconto permetta anche a persone non professioniste, o del tutto alle prime armi come noi riguardo questo tipo di vacanza, di partire con uno zaino in spalla verso Santiago o verso qualsiasi meta, ognuno di noi si voglia porre.

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Giorgio Càeran Milano moreschi.caeran@alice.it